Astensionismo: un pericolo per la democrazia

Astensionismo: un pericolo per la democrazia

Il 20 febbraio, presso il Circolo La Palma, si è tenuto l’incontro dal titolo “Astensionismo: un pericolo per la democrazia”. L’incontro è stato promosso per una valutazione dell’esito elettorale delle recenti elezioni regionali che hanno riguardato il Lazio e la Lombardia.
In assenza della segretaria, Marinella Boi, impegnata in una riunione della Commissione per lo svolgimento delle primarie, il dibattito è stato coordinato da Enzo Strazzera, che ha svolto una breve introduzione, e da Caterina Turri.
Tra i numerosi presenti, sono intervenuti:
Claudia Sarritzu, Andrea Frailis, Pierluigi Dilengite, Anna Maria Busia, Fausto Del Rio, Carla Massa, Antonello Manca, Gianni Marilotti, Enrico Trogu, Andrea Contini, Silvano Tagliagambe, Antonello Cabras. Altri iscritti a parlare hanno rinunciato ad intervenire, anche in considerazione del protrarsi della riunione.

L’analisi del recente voto amministrativo ha messo in rilievo in modo particolare il grave dato dell’astensionismo che deve interrogare seriamente anche il nostro partito, non solo quando ci riguarda direttamente, come in questo caso, ma anche quando vinciamo, su questo manca da anni una seria riflessione e un’assunzione di responsabilità da parte del gruppo dirigente, incapace di riconoscere errori e inadempienze.
Tuttavia, è stato sottolineato che alcune analisi sui flussi elettorali, elaborati da importanti centri di ricerca (per esempio dall’Istituto Cattaneo) rilevano che il più colpito dal fenomeno dell’astensionismo non sia stato il PD, bensì il Movimento 5S.
Inoltre, pur nella preoccupante ampiezza del fenomeno, i dati sull’astensionismo sono simili a quelli che si riscontrano nella quasi totalità dei paesi dell’Occidente ricco e sviluppato nei quali la globalizzazione – che a livello mondiale ha prodotto una redistribuzione della ricchezza facendo uscire dal sottosviluppo e dalla povertà interi popoli – ha avuto ricadute pesanti sulle classi meno privilegiate.
Riconosciuto che pur in un momento di grave disorientamento dell’elettorato in seguito alle elezioni politiche del settembre scorso, alla troppo lunga fase congressuale, il dato che vede il PD, pur nella sconfitta (annunciata, ma non per questo meno grave), unica forza significativa nel campo dell’opposizione alla destra di governo, dimostra che il radicamento riesce a fare la differenza rispetto ai partiti “personali”, e conferma che, con tutti i limiti e le gravi degenerazioni di un governismo esasperato, il PD rimane l’unico partito vero in grado di dare una prospettiva democratica a questo Paese. Ciò non può tuttavia in alcun modo assolvere comportamenti e modalità di decisione non trasparenti che vanificano e mortificano la partecipazione degli iscritti e degli elettori. A questo proposito è stato sottolineato come spesso si avverta uno scollamento tra i vertici e la base del partito, una distanza tra le enunciazioni e i comportamenti, come hanno dimostrato gli esiti delle Agorà, che spesso hanno travisato i suggerimenti avanzati dai tanti che con fiducia vi avevano partecipato e non ne hanno saputo cogliere la radicalità della proposta.

Gli interventi che si sono susseguiti hanno inoltre sottolineato che la scarsa fiducia dell’elettorato, con la conseguente elevata astensione, oltre a fattori contingenti riguardanti questa specifica tornata elettorale (i cui esiti sono apparsi scontati e perciò considerati – erroneamente – immodificabili attraverso la personale partecipazione al voto), sono imputabili a anni di “lontananza” dalle ansie e dai problemi quotidiani di quelle fasce della popolazione che più di altre avrebbero bisogno di politiche sociali capaci di ridurre le diseguaglianze che il mercato di per sé non riesce a colmare.

In particolare le fasce giovanili, che pure apprezzano e condividono le battaglie per l’affermazione dei diritti civili (matrimonio egualitario, sostegno alla piena affermazione delle persone LGBTQ+), richiedono a gran voce una maggiore attenzione ai diritti sociali; una generazione questa che vive un presente di marginalità economica determinata da lavori precari, mal retribuiti (anche quando qualificati), impossibilitata a rendersi autonoma a causa dei costi degli alloggi, che rinuncia, spesso, a frequentare l’Università per la mancanza di studentati pubblici e con i costi delle stanze che negli ultimi anni sono lievitati, anche in una città di provincia come Cagliari, raggiungendo livelli inaccessibili ai figli della classe media. La fascia di giovani dai 19 ai 25 anni (che ormai si è dilatata nel senso comune fino a ricomprendere tra i giovani anche i quaranta/cinquantenni) avverte una scarsa determinazione del PD nell’affrontare con decisione queste tematiche (casa, lavoro, salute e previdenza, anche per scongiurare che l’attuale sistema generi per il futuro una massa di pensionati poveri), e che si è caratterizzato negli ultimi anni più come “forza responsabile” che come forza di cambiamento; una scelta che ha portato a governi unitari tanto eterogenei quanto inconcludenti.

Una disaffezione provocata anche dal radicarsi di un sentimento antiparlamentare e antipolitico alla cui diffusione il PD ha contribuito con l’approvazione della riduzione del numero dei parlamentari e la schizofrenia dimostrata in relazione alla eliminazione/riproposizione delle Province.

Mentre la politica dovrebbe rappresentare un mix virtuoso di idealità e potere, si è ridotta alla sola gestione del potere, e questo ha indebolito l’immagine del PD: privo di un messaggio forte, caratterizzante, è apparso il partito dell’establishment, quasi che i segretari del PD fossero i Presidenti della Repubblica (Napolitano, Mattarella), persone stimabilissime, tuttavia un partito non può essere solo il partito delle Istituzioni.

La crisi degli ultimi anni, che non è soltanto economica, ma anche politica e delle strutture sociali che contribuivano alla formazione della coscienza civica dei cittadini, compreso il valore della partecipazione al voto, ha determinato sfiducia nel Paese. Alcuni pensano, riprendendo una proposta avanzata da Michele Ainis su “La Repubblica”, che l’introduzione del voto on line potrebbe arginare il fenomeno dell’astensionismo, altri ritengono che si possa riconquistare l’attenzione dei cittadini impegnando il partito, in tutti i livelli di governo e in tutte le istituzioni in cui opera, alla massima trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche, limitando al massimo la discrezionalità nell’attribuzione dei contributi ai singoli e alle categorie.

Anche un certo atteggiamento di superiorità morale ha creato una sorta di rifiuto verso i partiti della sinistra, che hanno spesso guardato alla cultura popolare dall’alto verso il basso, con il sopracciglio alzato, uno sguardo antigramsciano, che ha prodotto uno scivolamento della cultura popolare verso un crinale volgare e populistico.

Alcuni interventi si sono in particolare soffermati sull’inadeguatezza delle politiche per la cultura e l’istruzione, incapaci di affrontare il nodo del rinnovamento della struttura complessiva del sistema scolastico, e che invece di incidere sul segmento unanimemente riconosciuto come il più debole dell’articolazione dell’istruzione nel nostro Paese (la scuola media, con i suoi allarmanti dati sull’abbandono) rischia di indebolire l’istruzione superiore; si rivela inoltre preoccupante la tendenza verso un circuito parallelo di formazione universitaria, che vede i giovani del Mezzogiorno spostarsi verso gli atenei del Centro, quelli del Centro verso il Nord e i figli delle classi privilegiate emigrare verso le Università europee e americane.

La riforma del Ministero della cultura, con il grande potere attribuito alle Soprintendenze, rischia di indebolire la tutela del paesaggio e dei beni culturali sanciti dalla Costituzione; e mentre si è rivelata inadeguata la digitalizzazione in questo settore, alcune iniziative (Verybello e ItsArt, praticamente doppioni di piattaforme già esistenti), pensate per ampliare la diffusione della conoscenza del nostro grande patrimonio artistico e culturale, si sono concluse con un costoso fallimento per le casse dello Stato.
Altrettanto critica la situazione in cui versano i Teatri lirici dopo i tagli e la concentrazione delle risorse del FUS (Fondo unico per lo spettacolo), questione che dovrebbe suscitare un nuovo interesse anche del partito a livello locale, considerato il valore culturale, produttivo e occupazionale che questa istituzione rappresenta per la Città di Cagliari.

 

La crisi del Paese – comune a tanta parte dell’Europa e dell’Occidente sviluppato, richiede una risposta nuova e un ripensamento degli effetti di una globalizzazione guidata dall’economia e dalla finanza e subita dalla politica, e impone il rilancio del progetto di costruzione europea che rovesci le politiche economiche e di bilancio sin qui perseguite e apra una stagione nuova di civiltà del lavoro e dei diritti.
Occorre ripensare a come unire le classi dirigenti e le classi meno fortunate in un progetto comune che veda in una nuova ridistribuzione della ricchezza (insieme a una seria riflessione sulla produzione e sul modello di sviluppo, sul ruolo del lavoro e dell’impresa), perché è possibile che potremo trovarci a gestire sacche di povertà e di crisi sociali.

Poiché le analisi del voto rischiano in genere di confermare le scelte fatte, ma appiattirsi sul presente porta sempre al fallimento, occorre confezionare delle proposte articolate rispetto ai diversi “presenti” (ritmi di vita – sviluppo – ambiente – spopolamento), perché il presente non è uguale per tutti, e una società complessa richiede (non solo capacità di lettura della complessità/modernità) risposte articolate in grado di affrontare le sfide del presente e del futuro. Questo tanto più nella nostra regione che tra meno di un anno andrà al voto. Una proposta che abbia una visione di lungo periodo, costantemente sottoposta a verifica, senza che tuttavia l’obiettivo scompaia dall’orizzonte.

 

 

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