La democratizzazione dell’economia

In tutto il mondo da alcuni decenni si assiste ad una concentrazione della ricchezza finanziaria nelle mani di un numero sempre più ristretto di individui (come misurato dall’indice di Picketty).

In particolare la crescita dell’economia è sempre più slegata dalla creazione di nuovi posti di lavoro, fenomeno che si presenta già dagli anni ‘60 del ‘900, e diventa sempre maggiore la preoccupazione legata alla distruzione di posti di lavoro conseguente all’automazione ed alla introduzione i tecnologie legate all’AI.

Tali fenomeni possono avere effetti differenti se si interviene sulla proprietà e sulla gestione dei mezzi di produzione.

In particolare occorre passare dall’attuale sistema basato su corporation possedute da azionisti distanti dalla gestione dell’impresa e interessati solo all’andamento a breve termine del titolo ed a incassare dividendi, ad una forma di proprietà che coinvolga i lavoratori ed i territori nei quali l’azienda opera. Non per sostituire la gestione statale a quella del capitalista, come in passato si tentò, ma per fare partecipare alla gestione dell’impresa i principali portatori di interesse, in primo luogo i lavoratori e le comunità locali. La forma di gestione può essere quella cooperativa.

L’obiettivo è quello di mettere i mezzi di produzione in mano ad un ‘capitale paziente’ che abbia obiettivi di medio e lungo periodo e permetta una gestione di impresa oculata ed attenta ad un corretto uso di tutte le risorse.

Del resto è evidente che ci si trova in una situazione in cui: 1) non è possibile pensare ad uno sviluppo in crescita continua (cfr. Mazzucato e Raworth); 2) abbiamo una sovrapproduzione di beni; 3) le risorse naturali sono sovrasfruttate; 4) la distribuzione, iniqua, della ricchezza sta portando a tensioni incontrollabili.

Occorre quindi restituire alla politica un ruolo di controllo e regolazione dell’economia, in un’ottica democratica, con la consapevolezza che solo la dimensione europea può rendere realizzabili ed efficaci tali politiche.

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Territori dell’abusivismo

Il fenomeno dell’abusivismo edilizio è alla base di tanti problemi dell’Italia contemporanea, anche perché è particolarmente diffuso in aree sottoposte a tutela paesaggistica o a rischio sismico , idrogeologico, o in aree urbane storiche nelle quali viene alterata la fisionomia o la statica degli edifici a causa di interventi errati.

L’argomento è tornato sulle pagine dei giornali locali per via della necessità di demolire alcune costruzioni abusive nell’area metropolitana di Cagliari, situate nell’area del Parco di Molentargius – Saline, presenti da diversi decenni.

Il principale ostacolo alla soluzione è certamente la mancanza di coscienza da parte della maggioranza della popolazione dei danni provocati dal fenomeno e la scarsa informazione sui costi per la comunità, scarsamente coperti dalle sanzioni, quando anche vengano irrogate, o dai tributi riscossi in occasione delle sanatorie: incassi che non coprono i costi per le infrastrutture (strade, acqua potabile, acque reflue, elettricità, servizi telefonici eccetera) e meno che mai i danni all’ambiente ed al paesaggio, oltre allo stravolgimento del tessuto urbano causato da una espansione non pianificata.

La scarsa qualità dei manufatti realizzati in regime di abuso, la assoluta assenza di controlli relativamente alla statica, alla progettazione architettonica, al consumo energetico di tali fabbricati farebbe propendere verso la scelta di demolire.

Purtroppo anche i costi demolizione e smaltimento delle macerie spesso gravano sulle amministrazioni locali, in quanto i proprietari finiscono per disfarsi delle strutture insanabili ed è difficile, se non impossibile, recuperare alcunché.

l’alternativa alle demolizioni è il riutilizzo, anche parziale, delle costruzioni abusive per fini sociali, dove la permanenza dei manufatti non comporti danni ecologici e paesaggistici. Vi sono esempi virtuosi di tale tipo di scelta, che deve comunque partire dall’esproprio e realizzare un risarcimento per la comunità.

La mancanza di coscienza comunitaria ed un malinteso senso di solidarietà verso gli abusivi completa il quadro in cui si trovano ad operare le amministrazioni che cercano di affrontare il fenomeno, col risultato che chi prende provvedimenti rischia di perdere consenso elettorale ed il cambio di amministrazione vanifica le scelte fatte in precedenza.

Il primo punto è informare per fare crescere la consapevolezza da parte di tutti, e creare sistemi informativi per tenere sotto controllo il fenomeno. Infatti uno dei problemi che le amministrazioni devono affrontare è il proliferare di abusi in occasione dell’annuncio di condoni. Il ruolo delle associazioni, a partire da quelle delle professioni, è cruciale per favorire una cultura della legalità.

È necessario quindi realizzare un controllo del territorio attraverso una documentazione fotografica, oggi resa più economica ed accurata dall’uso di droni, e comunque la creazione di banche pubbliche di dati e immagini da mettere a disposizione di tutti gli interessati in modalità Open Data.

Occorre, inoltre, una gestione omogenea del fenomeno, per evitare incoerenza fra le amministrazioni e per rafforzare l’opera di prevenzione, controllo e repressione da parte delle amministrazioni locali, per evitare che le pressioni messe in atto sul territorio ne influenzino le scelte, specie attraverso ricatti ed altre azioni criminali.

Il tema degli abusi edilizi in Italia e particolarmente nel Meridione è ampiamente trattato nel saggio Territori dell’abusivismo (AA.VV., Donzelli editore, marzo 2018). Vengono esaminati alcuni casi emblematici e si propone una linea di comportamento per le amministrazioni che devono affrontare il problema, nell’ambito nazionale e locale. È presente anche l’analisi di un caso di abusivismo di seconde case in Sardegna (Baccu Mandara).

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La FirstCISL Sardegna per l’8 marzo pubblica un nuovo numero di Impegno 89. Riflessioni sul lavoro, sulla gestione delle banche, sulla conciliazione tra vita e lavoro. Buona lettura!

IMPEGNO 89

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Promesse elettorali: le tasse!

E’ giusto trasferire sulla fiscalità generale alcune tasse, come ad esempio il bollo auto, il canone rai, le tasse di iscrizione all’Università?
Vediamo cosa può significare. Il canone rai viene pagato da chi utilizza un apparecchio radiotelevisivo (ora anche pc, tablet e telefoni per via delle trasmissioni in streaming). In definitiva è una tassa pagata nella stessa misura da tutti i contribuenti. Andrebbe specificato se ci sarà una voce specifica nella dichiarazione dei redditi o semplicemente il finanziamento delle attività della rete pubblica sarà realizzato attraverso il bilancio dello stato.
Le tasse universitarie: è sbagliato liquidare la proposta col pretesto che così l’università sarà gratuita anche per le famiglie abbienti: infatti la proporzionalità della tassa sul reddito fa si che i servizi dello stato vengano pagati secondo le proprie possibilità (Il problema dell’evasione fiscale non è scongiurato neanche dall’attuale sistema).
Si può porre, invece, il problema dell’eventuale deducibilità o detraibilità dei costi di frequenza di una università privata. La scelta di finanziare l’università statale attraverso la fiscalità ordinaria è comunque indicativo della volontà di offrire un’istruzione di qualità a tutta la popolazione a prescindere dal censo. Occorre, evidentemente, che i finanziamenti siano sempre adeguati e si verifichi in modo oggettivo la qualità dell’offerta formativa.
L’abolizione del bollo auto pone invece il problema della necessità di scoraggiare l’uso di automobili di grossa cilindrata, ingombranti ed inquinanti, per cui dovrebbero essere introdotte altre misure che ottengano lo stesso effetto.

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Commissione parlamentare di inchiesta sul credito

E’ stata costituita una commissione di inchiesta sul sistema bancario. Si tratta di una scelta importante, in quanto le banche maneggiano una merce molto particolare: la fiducia della gente, per cui è necessario mantenere un controllo stretto sul mercato del credito.

L’attuale crisi del sistema creditizio nasce dalla riforma del 1990 che ha trasformato le banche italiane da istituti di credito di diritto pubblico in banche spa. La scelta di aprire al mercato, alla concorrenza, e di eliminare la differenziazione per tipologia di attività bancaria, ha, infatti, portato gli amministratori ad adottare politiche di perseguimento del massimo profitto in tempi brevi (il prezzo del titolo in borsa è in relazione con i risultati trimestrali e delle aspettative di un dividendo, più che con le politiche di lungo periodo), scelta che ha orientato le banche maggiori a concentrarsi sul mercato retail, trascurando il sostegno all’impresa locale, e le più piccole ad adottare politiche rischiose che le hanno messe in pochi anni, anche a causa di una crisi finanziaria mondiale, in seria difficoltà.

I sindacati di categoria, in primo luogo FirstCisl, sostengono che il sistema creditizio (banche viste come componenti di un sistema) dovrebbe operare a supporto del sistema produttivo del Paese, mentre l’ABI pensa alle banche come a imprese (singoli soggetti economici) in concorrenza fra loro in un mercato, il credito, con l’unico obiettivo del profitto e conseguentemente, nel caso negativo, alla possibilità di default.

Il modello di riferimento dovrebbe essere quello della banca locale (tipo Svenska Handelsbanken, caso di scuola): occorrerebbe una organizzazione differente, basata sulla filiale territoriale, con ampia autonomia decisionale, che sviluppa una approfondita conoscenza del tessuto economico locale e sostiene l’economia locale tenendo conto delle interazioni fra tutte le imprese che operano sul territorio. Quanto ai prodotti ed ai servizi erogati, mentre è chiaro che i prodotti semplici vanno automatizzati per ridurre i costi, occorre potenziare la parte consulenziale in tutti i settori quali la gestione del risparmio, gli investimenti delle famiglie in beni durevoli, gli investimenti produttivi. Vale a dire maggiore professionalità, non despecializzazione. Occorre inoltre rafforzare le banche locali vocate alla collaborazione con le imprese, al sostegno delle famiglie, alla costruzione nelle regioni di un modello economico collaborativo (di tipo win – win), banche che operino non in una logica di estrazione di profitto, ma intendano crescere assieme all’economia del territorio.

Mi auguro che i lavori della Commissione portino a definire una nuova politica sul credito, necessaria perché l’economia del Paese ritorni a crescere in modo significativo.

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Parco di Molentargius (di Luca Strazzera)

Luca mi propone alcune riflessioni sul Parco di Molentargius, che pubblico volentieri. Sarebbe opportuno riprendere una discussione sull’uso e la valorizzazione di un bene pubblico e paesaggistico che rende unica la nostra città!

 

Una risorsa da valorizzare, per certi aspetti unica nel suo genere: dalla fauna ornitologica al paesaggio in sé, con l’aggiunta dell’elemento storico-industriale del passato delle saline.

Uno sviluppo di quell’area potrebbe innanzitutto riguardare i collegamenti (attualmente praticamente assenti), con una nuova linea di autobus che colleghi direttamente Cagliari (partendo da Via Tramontana) fino a Quartu (via Sarrulloni, ed eventualmente oltre): si avrebbe un collegamento diretto da Cagliari a Quartu, aggiuntivo rispetto a quelli passanti per Viale Marconi e per il Poetto, che avvicinerebbe sia quei quartieri di Quartu, che attualmente sono complessi da raggiungere, in quanto serviti solo da linee interne a Quartu (la linea QS passa per punti tutto sommato distanti), sia il quartiere la Palma, anch’esso poco accessibile.

Sotto questo aspetto, è inoltre da notare come il passaggio di un autobus per Via del Sale e Via Is Arenas sarebbe fondamentale per servire i cittadini abitanti in quelle zone, ad ora completamente isolati dal servizio pubblico, oltre alla maggior accessibilità in sé al Parco (con un occhio di riguardo soprattutto agli anziani, per i quali percorsi così lunghi potrebbero costituire un ostacolo insormontabile).

Uno sviluppo di questo genere, dunque, potrebbe apportare benefici sia agli abitanti, sia ai fruitori del Parco (pensiamo inoltre all’evenienza in cui una persona dovesse sentirsi poco bene all’interno del Parco, magari per la calura estiva: certamente senza servizi pubblici si troverebbe in difficoltà).

Va da sé, insomma, che i collegamenti permetterebbero una valorizzazione ben maggiore del Parco.

Per quanto concerne la conformazione del Parco sotto l’aspetto ambientale, potrebbe essere opportuna un’opera di rimboschimento delle zone in cui attualmente si trovano macchinari abbandonati, con l’eliminazione di questi ultimi: un’intera area che potrebbe essere adibita a polmone verde della città, cui si aggiunge la valorizzazione estetica del Parco, la cui bellezza viene certo non accresciuta dai suddetti macchinari (tra cui i nastri trasportatori). Tutti gli sviluppi del Parco, inoltre, andrebbero coordinati con quelli del Poetto, al fine di creare un’unica grande zona di utilità per tutti i cittadini e dal valore ambientalistico e turistico potenzialmente notevole.

Infine, è opportuno anche pensare a possibili sviluppi culturali dell’area delle Saline, a partire da un approfondimento della storia che lega il quartiere La Palma con le Saline di Stato, fino alla valorizzazione del teatro e degli elementi storico-industriali, con l’opportunità di rendere accessibile la storia di quei luoghi e delle persone che ci hanno lavorato.

Una zona ricca di tesori, che personalmente vedo spesso non valorizzata, purtroppo, come dovrebbe.

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Back to paper?

L’Espresso esce questa settimana con un numero zero in cui dichiara la scelta di una nuova linea editoriale, in cui verranno privilegiati i contenuti, la riflessione sulle notizie e la lettura lenta e meditata rispetto alla velocità effimera del web. Da tempo avevo abbandonato il settimanale, perché non mi offriva questa modalità di lettura.

Intanto ho apprezzato la scelta editoriale di Internazionale, che offre una selezione di articoli tratti da diverse testate, in un ambito, appunto, mondiale: articoli lunghi, ben scritti, destinati ad un lettore che intende approfondire il tema trattato. L’Espresso vuole percorrere questa strada. Bene! Proverò a seguirlo, perché mi interessa questo tipo di stampa, di informazione!

Intanto, però, segnalo il numero corrente di Internazionale, che propone un articolo dell’Economist sulla evoluzione delle multinazionali, costrette sembra, a ripiegare su un modello che tenga maggiormente conto delle differenze, e della rinascita delle imprese locali. Buon segno? forse è presto per esultare, ma, ancora una volta, la realtà dimostra di essere molto più imprevedibile di quanto gli opinion leader e i sondaggisti vogliono farci credere!

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Anci Sardegna

Complimenti ed auguri ad Emiliano Deiana eletto alla presidenza dell’Anci.

La sua candidatura – da indipendente – costituisce un elemento di novità nel panorama politico sardo, caratterizzato da sempre da accordi di vertice e mancanza di confronto nella scelta delle cariche istituzionali, accordi, peraltro, solo formali, perché non hanno mai impedito fronda, dissensi e boicottaggi.

Per il bene della Sardegna è opportuno che si consolidi la pratica di candidarsi esponendo un programma, sulla base del quale raccogliere consenso, per realizzarlo nel corso del mandato.

Sembrerebbe elementare, ma spesso le cose non vanno così, ed abbiamo tanti esempi negativi. Buon lavoro, Emiliano!

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Per una nuova sinistra

La sinistra sta perdendo la rappresentanza delle classi più disagiate, che guardano con maggiore simpatia le formazioni populiste, di destra e di sinistra, non perché sappiano proporre soluzioni, ma perché sanno farsi interpreti e portavoce del loro disagio. Occorre offrire sbocchi a tale malessere, che oggi viene solo indirizzato verso bersagli polemici (immigrati, multinazionali, politica in generale) senza che siano individuate prospettive di riscatto.

Il declino del tessuto economico nazionale ha comportato una riduzione dei redditi delle famiglie perché è avvenuta la migrazione delle aziende principali del Paese verso altre sedi, per motivi strategici o fiscali, con la conseguente riduzione del gettito fiscale, che costringe i governi a contrarre i servizi essenziali, instaurando un ciclo vizioso: la qualità del vivere in Italia peggiora e tante persone qualificate devono cercare lavoro all’estero.

È giusto criticare le scelte restrittive adottate in sede europea, ma occorre mantenere l’idea di un’Europa Unita, necessaria perché oggi si possano realizzare politiche a favore dei cittadini: la dimensione delle imprese multinazionali è tale da permettere loro di avere risorse superiori a quelle dei singoli stati; né deve fare illudere il nazionalismo paternalista alla Trump, che presuppone una nazione in grado di imporre regole alle corporations che non esiste più negli USA e non è mai esistita altrove.

In questo scenario occorre quindi una sinistra che sappia costruire un progetto per il nostro paese e per l’Unione Europea, in uno spirito internazionalista e rivolto al miglioramento delle condizioni delle classi meno abbienti, anche in relazione alla minore disponibilità di lavoro salariato qualificato ed alla erosione del potere d’acquisto delle categorie a reddito fisso.

In particolare occorre ricostruire una unità di intenti fra i partiti che aderiscono al PSE e, più in generale, fra i partiti che intendono perseguire politiche socialiste e liberali, in primo luogo in Europa, ma avendo una prospettiva mondiale, per rispondere efficacemente alla globalizzazione dei mercati, del lavoro, del capitale, avendo come primo obiettivo la dignità della persona umana, il diritto alla salute, al benessere, alla libertà ed al lavoro.

Realizzare quindi una sinistra internazionalista che ottenga più diritti e dignità umana per tutti!

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L’Economist sul referendum

Il settimanale Economist suggerisce agli italiani di votare no alla riforma costituzionale italiana. Fra le motivazioni:

– la legge elettorale consente di avere il 54% della camera dei deputati con il 40% dei voti degli elettori

– il nuovo senato sarà composto da sindaci e consiglieri regionali, definiti come la parte più corrotta della classe politica nazionale, che godranno dell’immunità parlamentare

– occorrono altre riforme, fra cui il sistema scolastico e la giustizia

La legge elettorale non fa parte della Costituzione, può essere modificata con legge ordinaria. Non si dimentichi, peraltro, che in UK il partito conservatore governa, per via della legge elettorale vigente, con consensi sotto il 30% ed il presidente USA è stato eletto con meno voti della rivale democratica.

Il senato riformato ha compiti diversi da quello attuale. Inoltre non diventano senatori tutti i consiglieri regionali, ma alcuni (pochi) di loro, designati dal rispettivo Consiglio. I consiglieri regionali sono eletti a suffragio universale e sono espressione del corpo elettorale locale, che è responsabile delle proprie scelte.

I progetti di riforma della scuola e della giustizia, come le altre riforme necessarie al paese, sono stati spesso frenati e vanificati dal parlamento bicamerale. Il nuovo assetto può rendere più semplice l’intervento, la configurazione attuale è bloccante.

Infine l’Economist auspica un governo tecnico nello scenario successivo ad una vittoria del no. I governi di questo tipo non hanno dato buona prova, come ci ricorda la storia recente. Né esistono alternative credibili (nei numeri e nei progetti) al governo a guida PD attualmente in carica. Capisco la preoccupazione di chi vorrebbe una Non-Europa per una Inghilterra (la Scozia e l’Irlanda del Nord potrebbero dissociarsi) attualmente priva di partners affidabili sul continente europeo, ma non credo convenga seguirla in questa scelta.

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